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domenica 1 dicembre 2013

Romanzo di una strage

Rappresentazione di un periodo storico ancora avvolto nel mistero, anche se questo film racconta molte più verità di quante non appaiano allo spettatore dopo una prima superficiale visione.
Ambientato nel periodo a cavallo della strage di Piazza Fontana, "Romanzo di una strage" ci presenta il solito guazzabuglio di personaggi legati all'attentato e ormai divenuti celebri, almeno per la mia generazione: anarchici perennemente perseguitati da poliziotti pervicacemente convinti della loro colpevolezza; esponenti dell'estrema destra, veneta e romana, convinti che il modo migliore di rigenerare l'Italia sia piazzare bombe sui treni e nelle stazioni; agenti dei servizi segreti che infiltrano sistematicamente i gruppi politici dalle tendenze più estreme per spingerli a farsi la guerra e sprofondare il paese nel caos, non si capisce a beneficio di chi; infine i soggetti più sfortunati, le vittime della strage e dei giochi politici di quegli anni, i cui familiari, come la vedova dell'anarchico Pinelli, non riusciranno mai a ottenere giustizia dallo stato italiano.

Rispetto alle interpretazioni proposte fino ad ora il film di Marco Tullio Giordana si differenzia per la raffigurazione di tre personaggi chiave che spiccano sopra tutti gli altri: l'anarchico Giuseppe Pinelli, interpretato magistralmente da Pierfrancesco Savino; il commissario della Questura di Milano Luigi Calabresi, impersonato da uno straordinario Valerio Mastandrea e Aldo Moro, all'epoca dei fatti Ministro degli Esteri e qui interpretato da Maurizio Gifuni.

Di ognuno di questi personaggi il regista riesce a delineare le passioni, i dubbi e le contraddizioni legate al ruolo pubblico che essi incarnano: Pinelli è un ferroviere di estrazione piccolo-borghese e di formazione cattolica che guida un circolo di anarchici e che, per tale motivo, viene preso di mira dal capo dell'Ufficio Politico della Questura di Milano, il commissario Luigi Calabresi, il quale lo sospetta di essere coinvolto in alcuni attentati ai treni e lo tampina con tutti i mezzi, leciti e illeciti, estorcendo informazioni sul suo conto attraverso l'intimidazione e il ricatto.

Turbato e innervosito dal fatto di essere scaraventato in una dimensione tanto lontana dal suo temperamento personale, Pinelli finisce risucchiato in un vortice di tensioni distruttive che avrà come tragico esito l'interrogatorio fiume negli uffici della Questura di Milano, nei giorni seguenti all'attentato alla Banca dell'Agricoltura.

La rappresentazione di Luigi Calabresi è quella che risente maggiormente del clima di revisionismo storico con il quale, negli ultimi anni, una parte della magistratura e del mondo politico hanno inteso chiudere il conto su quegli anni, senza dare in definitiva alcuna risposta certa sul piano della verità storica, ma facendo affidamento unicamente sulle testimonianze, ampiamente contestate, di alcuni personaggi dal profilo molto equivoco. Di Calabresi il film rivela giustamente le asprezze legate al ruolo di capo dell'Ufficio Politico della Questura di Milano, ma tende continuamente a mitigarne l'immagine mostrandocelo più volte nell'intimità familiare, come se questo potesse bastare a chiarirne le responsabilità nella morte di Giuseppe Pinelli il quale, come è noto, cade, non si sa quanto incidentalmente, dalla finestra del suo ufficio mentre è sottoposto a un durissimo interrogatorio, in un momento nel quale il commissario è assente.

Dal punto di vista cinematografico, il lato più umano del personaggio emerge dopo che lo stesso viene additato all'opinione pubblica come il responsabile della morte di Pinelli. Sottoposto sia alle pressioni della stampa che all'indifferenza dei suoi superiori, che hanno i loro bravi scheletri nell'armadio da tenere nascosti, Luigi Calabresi decide di farsi carico, pur se in forma privata, dell'accertamento di una verità che appare tanto complessa quanto sfumata nei suoi contorni.

Il film si chiude con l'immagine tragica del suo cadavere disteso sull'asfalto in seguito all'agguato di cui cadde vittima, senza che il regista faccia il minimo tentativo di spiegare se la causa dell'attentato sia da ricercare nell'estremismo dei gruppi della sinistra extraparlamentare oppure in una decisione dei servizi segreti, che ormai lo consideravano un fastidio per i troppi segreti di cui era venuto a conoscenza nel corso delle sue indagini private sulla strage di Piazza Fontana.

Ma la forzatura più clamorosa, a mio avviso, è quella che riguarda Aldo Moro: nel film è uno dei personaggi più affascinanti e ricchi di tensione drammatica perché in preda a un travaglio spirituale che gli fa avvertire più chiaramente di altri il momento di pericolo corso dalle istituzioni democratiche e la necessità di impegnarsi a fondo per salvarle. Il Moro di Giordana vive con lucidità una disperazione esistenziale che lo spinge a cercare nell'impegno politico un'alternativa all'isolamento e all'incomprensione da parte dei colleghi di partito, fino ad arrivare più volte allo scontro con il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat sulla questione fondamentale della proclamazione dello stato d'emergenza.

Con tutto il rispetto per il regista, e anche per Aldo Moro, non ho mai avuto l'impressione che il Moro reale abbia percorso la politica italiana di quegli anni animato dalla ricerca di una totalità esistenziale attraverso la quale affermare e realizzare se stesso. Anzi, la fine malinconica nel covo delle Brigate Rosse, durante la quale scriveva lettere intrise di umana e sincera disperazione per la fine che gli appariva imminente, ce lo hanno restituito come una persona dai sentimenti molto comuni e per nulla legato all'immagine di uomo di potere estraniato dal consesso umano.

Tutti i personaggi che appaiono in questo dramma cinematografico sembrano riflettere un'ansia di un riesame critico di uno dei periodi più bui della nostra storia e, per pochi attimi, si ha l'illusione che l'azione di alcuni magistrati coraggiosi possa riuscire dove le altre istituzioni democratiche hanno fallito. Ma è solo una breve illusione, perché i titoli di coda ci riportano subito alla realtà ricordandoci che il processo per la Strage di Piazza Fontana si è concluso senza colpevoli e che, ancor più amaramente, i parenti delle vittime sono stati persino costretti a pagare le spese processuali.

La chiusura del film, con il corpo del commissario Calabresi riverso sul selciato, omicidio per il quale sono stati condannati i vertici di Lotta Continua dell'epoca, lascia aperti dubbi e perplessità sul ruolo svolto dai protagonisti di quelle vicende e sul senso di una democrazia sulla quale pesano, fin da allora, ombre che si allungano fino a noi.

domenica 3 novembre 2013

Carnage di Roman Polanski

Questo film, tratto dal testo teatrale "Il dio del massacro" di Yasmina Reza, che ha curato anche la sceneggiatura, mette in luce le nevrosi distruttive di una società che sembra non riuscire a fare i conti con la violenza che essa stessa genera, all'interno e all'esterno, e finisce per trasformare le proprie insufficienze culturali in fattori disgreganti della vita civile.
"Carnage" è la storia di due coppie sposate, appartenenti alla classe media americana, che si incontrano per dirimere la lite scoppiata tra i rispettivi figli maschi in un parco cittadino e che si è conclusa con il ricovero in ospedale di uno di essi con la faccia gonfia e un paio di denti rotti.
Inizialmente le due famiglie si sforzano di mantenere un contegno civile e conciliante, ma poco alla volta, anche per la difficoltà di trovare una spiegazione logica per un gesto tanto violento, la rabbia e la frustrazione hanno il sopravvento sul clima cordiale ed emergono inesorabilmente le idiosincrasie, le avversioni e l'istinto di sopraffazione. Alla fine, quello che doveva essere un incontro di riconciliazione, degenera in una zuffa con tanto di urla, pianti e scontri fisici.
I genitori del ragazzino aggressore, i coniugi Cowan, sono una coppia benestante: lui è un avvocato di successo mentre lei è un'operatrice finanziaria dall'aria nervosa e insoddisfatta. Il marito, Alan, interpretato da Christoph Waltz, viene chiamato in continuazione al telefonino dai dirigenti di una grossa casa farmaceutica, i quali rischiano di subire una class-action per aver messo in vendita un farmaco dannoso per la salute. La moglie Nancy, Kate Winslet, nonostante le apparenze, sembra più subire che amare il ruolo di madre e di moglie fedele, e riesce a liberarsi delle sue costrizioni solo grazie all'alcool.
I genitori del ragazzino aggredito, i coniugi Longstreet, se la passano meno bene dei Cowan: lui, Michael, interpretato da John C. Reilly, è un rappresentante di articoli per la casa mentre la moglie Penelope, interpretata da Jodie Foster, è un'aspirante scrittrice appassionata di arte che si barcamena lavorando part-time in una libreria.
Sullo sfondo delle discussioni attorno alla centralità della famiglia e al ruolo dei genitori nell'educazione dei figli si agita la consapevolezza delle violenze che la civiltà occidentale infligge al resto del mondo, in particolare all'Africa, consapevolezza che si manifesta negli sfoghi di Jodie Foster, sempre più furiosi mano a mano che la sua sensibilità di intellettuale e di scrittrice si scontra con l'ostentata indifferenza dei due uomini, i quali, con il passare del tempo, realizzano una sorta di fratellanza di genere, rozza e scurrile, quasi eccitati di fronte all'angoscia della donna, che non sa spiegarsi per quale motivo essi siano così insensibili alle tragedie del Darfour e, forse, non riesce neppure a spiegarsi perché lei se le prenda tanto a cuore.
L'alter ego della Foster è l'avvocato della casa farmaceutica, che in Africa viaggia spesso per lavoro e che, pur avendo visto con i suoi occhi gli orrori che non fanno dormire la scrittrice, li accetta con sereno cinismo, arrivando a pronunciare la frase che da il titolo alla commedia teatrale dalla quale è tratto il film. "E' il dio del massacro che fa la storia" afferma l'avvocato, nel tentativo di chiudere un incontro che si sta facendo sempre più conflittuale; la sua frase, però, ha l'effetto non voluto di scatenare i fantasmi che albergano nella psiche della moglie la quale, esasperata dall'atteggiamento del marito, gli strappa il cellulare e lo getta dentro un vaso pieno d'acqua, provocando lo sconcerto e l'abbattimento del coniuge, come se la sua esistenza fosse veramente legata al funzionamento del telefonino.
L'episodio provoca un momentaneo avvicinamento tra le due donne, ma dura poco perché la voglia di scontro e di divisione della Foster finisce per rovinare presto il clima di armonia appena instaurato.
L'episodio di partenza, l'aggressione al figlio di una delle due coppie, viene progressivamente relegato sullo sfondo, mentre rimane in primo piano la sensazione dell'ineluttabilità del dolore e della sofferenza umana, rafforzata dal corollario amaro che una società come la nostra, che pretende di ignorare i massacri che scatena in Sudan, in Congo o in qualsiasi altro posto, rischia di sprofondare in una nevrosi ossessiva e senza sbocchi, alimentata dall'incapacità di comunicare e di comprendere. Il male che facciamo, quindi, si ritorcerà fatalmente contro di noi, rendendo invivibile l'ambiente in cui ci muoviamo.

giovedì 29 agosto 2013

Profondo rosso

Ho rivisto di recente questo film ormai leggendario di Dario Argento, datato 1975, e devo dire di esserne rimasto ancora impressionato, nonostante conosca quasi a memoria i passaggi salienti e il sorprendente finale.
La storia è quella di uno psicopatico, noi diremmo un serial killer, che uccide per nascondere un segreto nascosto nel suo passato. La musichetta infantile che scatena la sua furia omicida è entrata anch'essa a far parte della storia del cinema, così come la colonna sonora dei Goblins, che fa salire alle stelle la tensione ogni volta che le prime note rimbalzano metallicamente fuori e dentro lo schermo.

Sulle tracce dell'assassino si mettono subito le forze di Polizia, capitanate da uno sgangherato e svogliato commissario dall'accento marcatamente toscano. Il vero investigatore, però, si rivelerà essere un pianista jazz inglese che, venuto in Italia per una tournèe, assiste casualmente al primo delitto mentre vagabonda nel centro di una città che nella finzione è Roma, anche se il film, oltre che nella capitale, è stato girato a Perugia e Torino. 
Burbero e scontroso come solo gli inglesi sanno essere, il musicista dimostra però una vitalità e un sangue freddo micidiali grazie ai quali prima riesce a sfuggire a un agguato nella sua stessa casa e poi trova la forza per addentrarsi nei meandri di una villa dal passato oscuro, nella quale scopre la traccia decisiva per individuare l'assassino.
Al suo fianco, fin dalle prime battute del film, c'è una giornalista italiana spregiudicata e sensuale, interpretata magnificamente da Daria Nicolodi, che non disdegna di utilizzare il suo fascino femminile pur di ottenere informazioni rilevanti sugli omicidi e fare lo scoop che darà la svolta alla sua carriera. 

Il film si trova a cavallo tra il genere giallo dei primi film di Dario Argento (L'uccello dalle piume di cristallo, Quattro mosche di velluto grigio, Il gatto a nove code) e il genere horror paranormale della seconda fase della sua carriera, cominciata con Suspiria. Per questo motivo la trama, pur se ben costruita, presenta una serie di falle piuttosto notevoli dal punto di vista logico, sopratutto se si considera la soluzione finale; ciò nonostante il film riesce a trasmettere allo spettatore una tensione e una suspense incomparabili, grazie alla tecnica ormai classica di far capire alla vittima che l'assassino è penetrato nel territorio che si ritiene più sacro e inviolabile, quello della propria abitazione (tutti i delitti avvengono in case private) e di scatenare così una situazione di panico che finisce per accelerarne la fine. 

La particolarità di questo film, infatti, è che le vittime appaiono sempre vulnerabili e indifese, quasi volessero inconsciamente offrirsi in sacrificio al loro aguzzino il quale, al contrario, dimostra sempre una razionalità e una freddezza glaciali: sembra conoscere ogni anfratto, ogni passaggio, ogni nascondiglio dei luoghi in cui entra non soltanto per uccidere, ma anche per captare i segnali di avvicinamento alla verità da parte dei suoi inseguitori e agire di conseguenza. Tutto ciò appare più come la proiezione degli incubi e delle angosce del regista che come la rappresentazione fedele del modus operandi di un vero serial killer, eppure è di un'efficacia sensazionale nel tenere inchiodato lo spettatore alla vicenda e nel lasciargli addosso una sensazione di paura difficile da rimuovere.

Profondo Rosso è un grande classico, splendidamente recitato, anche se, lo ribadisco, un'analisi puramente razionale della trama e della soluzione ne mostra diverse falle. Ma il bello dell'arte è riuscire a rendere verosimile anche le cose più assurde, anche perché, in fondo, chi può dire cosa sia verosimile e cosa non lo sia quando si parla di situazioni tanto estreme? Come dice uno dei protagonisti del film: "la nostra mente non ci fa vedere la verità, ma solo la versione della verità che noi vogliamo vedere".